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	<title>CogitoAdv</title>
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	<description>Agenzia di pubblicità comunicazione e marketing Modena, Bologna, Ferrara, Emilia Romagna - strategie e campagne di comunicazione, media planning, branding, eventi, fiere</description>
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		<title>Di nuovo on line il sito di Cogito Adv!</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 11:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cogito ergo sum]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="300" height="221" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2012/02/sitocogito-300x221.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="sitocogito" title="sitocogito" /></p>Dopo varie traversie, ecco di nuovo on line il nostro sito con una grafica rinnovata e con alcune potenzialità in più. Come potete vedere abbiamo mantenuto il CMS di WordPress, ed abbiamo mantenuto come &#8216;ossatura&#8217; quella del template DeepFocus by ElegantThemes. Certo di DeepFocus però c&#8217;è solo l&#8217;ossatura. Come spesso accade i template &#8216;pronti per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="300" height="221" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2012/02/sitocogito-300x221.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="sitocogito" title="sitocogito" /></p><p>Dopo varie traversie, ecco di nuovo on line il nostro sito con una grafica rinnovata e con alcune potenzialità in più.<br />
Come potete vedere abbiamo mantenuto il CMS di <a title="wordpress.com" href="http://wordpress.com/" target="_blank">WordPress</a>, ed abbiamo mantenuto come &#8216;ossatura&#8217; quella del template DeepFocus by <a title="elegantthemes" href="http://www.elegantthemes.com/" target="_blank">ElegantThemes</a>.<br />
Certo di DeepFocus però c&#8217;è solo l&#8217;ossatura. Come spesso accade i template &#8216;pronti per l&#8217;uso&#8217;, sono un ottimo punto di partenza che risparmia un pezzo importante di lavoro e, conseguentemente, di tempo, ma non necessariamente risponde appieno ai bisogni dell&#8217; utente..<br />
Per questo, oltre che la riproposizione di disegni realizzati ad hoc da CogitoAdv, abbiamo necessariamente dovuto modificare il template in modo da poter inserire collegamenti ai social network e una disposizione grafica più idonea alle nostre esigenze.<br />
A noi, oggi, il risultato soddisfa.<br />
Speriamo soddisfi anche voi!</p>
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		<title>Quanto vale il futuro?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 09:31:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cogito ergo sum]]></category>
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		<category><![CDATA[nuovo target]]></category>
		<category><![CDATA[riposizionamento aziendale]]></category>
		<category><![CDATA[valorizzazione azienda]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/12/futuro-post-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="futuro-post-238x238" title="futuro-post-238x238" /></p>Parlando di Comunicazione ci si sofferma spesso sull’aspetto estetico, cioè sulla parte grafica; sia essa di una campagna, di un pieghevole, di un sito o di uno stand fieristico. Quello che bisogna sempre tenere a mente è che una qualunque azione di Comunicazione non dovrebbe essere mai fine a se stessa ma, piuttosto, inserita nell’ambito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/12/futuro-post-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="futuro-post-238x238" title="futuro-post-238x238" /></p><p>Parlando di Comunicazione ci si sofferma spesso sull’aspetto estetico, cioè sulla parte grafica; sia essa di una campagna, di un pieghevole, di un sito o di uno stand fieristico. Quello che bisogna sempre tenere a mente è che una qualunque azione di Comunicazione non dovrebbe essere mai fine a se stessa ma, piuttosto, inserita nell’ambito di una precisa strategia aziendale, normalmente finalizzata a determinare un incremento delle vendite.</p>
<p>In realtà, un aspetto spesso trascurato, è che, tramite una Campagna ben impostata, è possibile intervenire direttamente sull’incremento del valore della azienda stessa e intervenire sul valore, e sul posizionamento, dell’azienda può avere un effetto importante sulla possibilità di accesso al credito.</p>
<p>Una buona comunicazione è quindi, uno strumento che, in base alle azioni intraprese, influisce positivamente sulla “salute” di un’azienda contribuendo a determinarne il valore, così come comunemente misurato ai giorni nostri.</p>
<p>Ma cosa si intende oggi per Valore di un&#8217;impresa (e conseguentemente delle sue quote o azioni?)</p>
<p>Piaccia o non piaccia, oggi, il sistema più in voga di valutazione di un’impresa è dato dal metodo dei moltiplicatori.</p>
<p>Ossia si assume che un&#8217;impresa valga quanto il suo MOL (Margine Operativo Lordo o EBITDA all&#8217;anglosassone) moltiplicato per un parametro (il moltiplicatore) che è funzione del Posizionamento dell&#8217;azienda (dimensione, posizione competitiva, segmento di appartenenza etc.)</p>
<p>V= M x MOL</p>
<p>Conseguentemente il Valore del suo Patrimonio Netto (ossia il valore di pertinenza dei soci) sarà dato da:</p>
<p>EV = V -Deb = M*MOL &#8211; Deb</p>
<p>Ecco allora che il valore del Patrimonio Netto non corrisponde più al valore delle Attività al netto dei debiti (Valore di liquidazione) ma è invece funzione di tre parametri. Di questi uno riguarda il passato (il MOL), l&#8217;altro il presente (il Debito) e il terzo il futuro (il moltiplicatore). Il moltiplicatore infatti riassume in se il calcolo della probabilità che i risultati del passato si ripetano e dall&#8217;altro le attese di crescita del mercato in cui l&#8217;azienda opera.</p>
<p>Infatti, il Moltiplicatore, viene calcolato come</p>
<p>M = (1+g) / (r + p – g)</p>
<p>ove g è il tasso di crescita attesa del settore di operatività aziendale, r è il così detto tasso <em>risk free</em> che misura in qualche modo la rischiosità del sistema economico del paese in cui l&#8217;azienda opera, tipicamente il tasso di interesse dei <em>bond</em> decennali, (il che significa che la STESSA azienda in questo momento vale molto di più se è in Germania o in Spagna piuttosto che in Italia!!!) e p è il così detto <em>premium risk</em> che misura in buona sostanza la rischiosità ulteriore rappresentata dalle peculiarità dell&#8217;azienda stessa (dimensione, quotata o meno, struttura organizzativa, dipendenza da un numero ristretto di clienti o fornitori etc.)</p>
<p>Appare chiaro che, a debito invariato, per aumentare il valore della mia azienda posso intervenire sia sul moltiplicatore M che sul margine operativo lordo MOL.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una campagna di comunicazione accorta e volta a ricollocare l’impresa dal settore in cui opera ad un settore affine, ma con moltiplicatore più alto, a parità di Mol e Deb aumenta già il valore aziendale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prendiamo ad esempio un’azienda che opera nel settore food (moltiplicatore 8,30), che abbia il giusto prodotto e che cerchi di riposizionarlo, con un’opportuna campagna di comunicazione, nell’ambito degli alimenti arricchiti / integratori alimentari (moltiplicatore 15,24).</p>
<p>Nel momento in cui l’operazione ha successo l’azienda si trova ad avere quasi raddoppiato il proprio valore. Non male!</p>
<p>In ultima analisi, conoscere il valore oggettivo della propria azienda, e operare al fine di incrementarlo, diviene un’azione strategica indispensabile non solo per consolidare la propria immagine nei confronti di clienti, fornitori, banche e partner ma anche per decidere la convenienza di un impegno per l’inserimento in nuovi mercati o, magari, considerare l’opportunità di affrontare, in futuro, cambiamenti della struttura aziendale quali vendite, acquisizioni o fusioni.</p>
<p>A proposito di banche un&#8217;ultima osservazione. Sappiamo tutti che il Patrimonio Netto non può essere negativo.</p>
<p>Ma allora la relazione</p>
<p>EV = M*MOL &#8211; Deb</p>
<p>ci dice che il debito non può eccedere il prodotto del MOL per il Moltiplicatore.</p>
<p>Ecco l&#8217;altra profonda implicazione. Più il moltiplicatore è alto e più facilmente (o in questi giorni meno difficilmente) l&#8217;azienda potrà accedere al credito.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Public speaking: come parlare in pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cogito ergo sum]]></category>
		<category><![CDATA[parlare]]></category>
		<category><![CDATA[pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/12/public-speaking-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="public-speaking-238x238" title="public-speaking-238x238" /></p>Apparentemente è un argomento di nicchia, un argomento riservato a chi aspira a confrontarsi con una platea, ma in realtà non è così. Ognuno di noi parla in pubblico molto più spesso di quanto non pensi, già perché pubblico sono anche i nostri clienti, i nostri collaboratori o i nostri dipendenti, sono le persone che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/12/public-speaking-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="public-speaking-238x238" title="public-speaking-238x238" /></p><p><span style="font-size: small;">Apparentemente è un argomento di nicchia, un argomento riservato a chi aspira a confrontarsi con una platea, ma in realtà non è così.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Ognuno di noi parla in pubblico molto più spesso di quanto non pensi, già perché pubblico sono anche i nostri clienti, i nostri collaboratori o i nostri dipendenti, sono le persone che incontriamo ogni giorno.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Quindi tutti dovrebbero partecipare almeno una volta nella vita ad un corso di public speaking, i professionisti della comunicazione, poi, più di altri.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ma non ad un corso qualsiasi, già perché se si sceglie un corso di autoformazione si dovrebbe aspirare al meglio, ed ognuno ha il proprio criterio di scelta, io l’ho scelto in base al docente: <span style="font-size: medium; color: #000000;">Emanuele Maria Sacchi</span>.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Nei suoi corsi impari tante cose, l’importanza di variare il tono di voce, il fatto di non sfuggire il pubblico con lo sguardo, anzi a direzionarlo in modo da non escludere nessuno, impari a fare delle pause, pause che sono fondamentali per te, per chi ti ascolta e per ciò che stai dicendo.</span><br />
<span style="font-size: small;"> E’ un corso intenso, in cui ti misuri con te stesso in ogni istante.</span><br />
<span style="font-size: small;"> In cui sei portato a individuare e a oltrepassare il tuo limite personale, in cui ti vengono sì forniti strumenti e tecniche, ma soprattutto ti viene indicata la tua personale strada, il tuo modo di essere public. L’obiettivo del corso, infatti, non è stravolgere la tua natura o uniformare il tuo modo di esporre o di parlare a quello di tutti gli altri o del docente, è renderti sicuro della tua esposizione.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Gli strumenti, anzi lo strumento principe, per un buon speech è la Mappa Mentale; se hai chiari i contenuti di cui vuoi parlare, se l’argomento di cui parli ti appartiene davvero, se sei preparato sui dettagli tecnici di ciò che dici e se ti sei fatto una struttura di ciò che andrai a dire, solo allora potrai concentrarti sul modo in cui dici le cose.</span><br />
<span style="font-size: small;"> Quando presenti il tuo speech ci vuole sentimento e concretezza: le persone a cui parli non si fanno infinocchiare da qualche parolina o parolona e da un paio di pause ben posizionate. Le persone si emozionano se trasmetti emozione, si fidano se ispiri fiducia, condividono le tue idee se sei concreto.</span><br />
<span style="font-size: small;"> In ultima analisi, ciò che arriva alla platea, è la sintesi di preparazione, professionalità e passione per ciò che fai.</span></p>
<p>Emanuela Bertini</p>
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		<title>Web 2.0? &#8230;parliamone.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 16:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cogito ergo sum]]></category>
		<category><![CDATA[analfabetismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[pianificazione sul web]]></category>
		<category><![CDATA[web 2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/11/tastiera-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="tastiera-238x238" title="tastiera-238x238" /></p>Pochi giorni fa abbiamo riprodotto integralmente una interessante inchiesta di Maria Novella De Luca sull’analfabetismo digitale, ossia la sostanziale mancanza di competenze informatiche che nell’Italia del 2011 colpisce una popolazione trasversale in particolare over 40. E’ una fetta di popolazione che rischia di essere tagliata fuori da possibilità lavorative, ma anche di semplificazione della vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/11/tastiera-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="tastiera-238x238" title="tastiera-238x238" /></p><pre></pre>
<p>Pochi giorni fa abbiamo riprodotto integralmente una interessante <a href="http://cogitoadv.com/analfabeti-digitali-litalia-che-ignora-internet/" target="_blank">inchiesta</a> di Maria Novella De Luca sull’analfabetismo digitale,</p>
<p>ossia la sostanziale mancanza di competenze informatiche che nell’Italia del 2011 colpisce una popolazione trasversale in particolare over 40.</p>
<p>E’ una fetta di popolazione che rischia di essere tagliata fuori da possibilità lavorative, ma anche di semplificazione della vita (si pensi all’home banking, alla possibilità di accedere a notizie, ecc).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I dati del report Akamai sono demoralizzanti. Sia sul piano della copertura che sul piano della qualità della connessione l’Italia sconta un ritardo tecnologico impressionante; ma quella tecnica è solo una delle falle di un sistema che non fornisce un “livello di istruzione minima” nel nuovo alfabeto del XXI secolo.</p>
<p>Il risultato è che il 50% degli italiani adulti non ha un computer o una connessione web.</p>
<pre></pre>
<p>A questo punto, per chi si occupa di Comunicazione,  è inevitabile chiedersi:</p>
<pre></pre>
<p><span style="font-size: medium;">oggi, in Italia, il marketing 2.0, sul quale si sta focalizzando l&#8217;interesse di addetti ai lavori e clienti, può andare bene &#8220;sempre e comunque&#8221;?</span></p>
<pre></pre>
<p>Riteniamo di no. O, meglio, pensiamo che costituisca un elemento sempre più importante all&#8217;interno di una corretta pianificazione mezzi ma, come per ogni altro mezzo, non si possa prescindere da una attenta analisi del prodotto/servizio offerto e del segmento di mercato al quale lo si sta proponendo.</p>
<pre></pre>
<p>Banalizzando: nella ipotetica pianificazione mezzi della campagna per un “montascale” le risorse da destinare al web saranno inferiori di quelle da impegnare per la pubblicizzazione di un nuovo videogioco.</p>
<p>E questo tenendo comunque conto che chi decide e chi influenza l&#8217;acquisto non debbano essere necessariamente appartenenti ad un segmento sostanzialmente “estraneo” al web come quello a cui appartiene l&#8217;utilizzatore finale.</p>
<pre></pre>
<p>Insomma: <span style="font-size: medium;">“adelante, Pedro, si puedes!”</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Elisa Corridoni</p>
<pre></pre>
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		<title>Analfabeti digitali. L&#8217;Italia che ignora Internet.</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 08:54:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cogito ergo sum]]></category>
		<category><![CDATA[analfabetismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[internet 2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/11/inchiesta.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="inchiesta" title="inchiesta" /></p>In Italia il 50% degli adulti non possiede un computer, né sa usare le mail. Un dato enorme se paragonato agli Stati Uniti e al resto d&#8217;Europa. Ma per fortuna tra i ragazzi sotto i 20 anni le proporzioni si invertono, e i &#8220;nativi digitali&#8221; sono perfettamente in linea con le competenze tecnologiche dei loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/11/inchiesta.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="inchiesta" title="inchiesta" /></p><h3>In Italia il 50% degli adulti non possiede un computer, né sa usare le mail. Un dato enorme se paragonato agli Stati Uniti e al resto d&#8217;Europa. Ma per fortuna tra i ragazzi sotto i 20 anni le proporzioni si invertono, e i &#8220;nativi digitali&#8221; sono perfettamente in linea con le competenze tecnologiche dei loro coetanei stranieri</h3>
<p><em>di MARIA NOVELLA DE LUCA</em> – Repubblica.it del 4 novembre 2011</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non sanno mandare una e-mail, né fare una ricerca su Google, non prenotano viaggi né tantomeno utilizzano l&#8217;home banking. Non sanno scaricare un modulo né riempirlo online, non frequentano l&#8217;e-commerce né i siti degli enti e degli uffici, ignorano Skype e Wikipedia, e se proprio devono consultare Internet (o magari compilare il Censimento) chiedono aiuto ai figli adolescenti o addirittura bambini. C&#8217;è un pezzo d&#8217;Italia adulta, over 40, trasversale alle regioni e alla geografia, agli studi e alle professioni, più femminile che maschile, che non sa più &#8220;né leggere né scrivere&#8221;. Non conosce cioè il nuovo alfabeto digitale della vita quotidiana, e rischia in pochi anni (cinque, dieci al massimo, dicono gli esperti di nuovi linguaggi e nuovi media) di essere espulsa non solo dall&#8217;universo del sapere, quanto dall&#8217;accesso ormai sempre più online delle funzioni di ogni giorno.</p>
<p>Si chiama &#8220;analfabetismo digitale&#8221;, ed è uno dei tre analfabetismi censiti dall&#8217;Ocse per descrivere chi oggi, nel primo come nel quarto mondo, è a rischio di emarginazione per mancanza di competenze. Un rischio ben presente nel nostro paese, dove gli analfabeti &#8220;totali&#8221; ormai non sono più dell&#8217;1,5% della popolazione, ma dove quasi il 50% degli italiani adulti non possiede un computer né utilizza Internet. Un dato enorme se paragonato al resto d&#8217;Europa e soprattutto agli Stati Uniti.</p>
<p>Se però i genitori e i nonni arrancano, e ci pongono agli ultimi posti per &#8220;connessioni&#8221; alla Rete, è invece dai piccoli e piccolissimi che arriva la spinta opposta, in avanti, con ritmi quasi travolgenti: i digital kids made in Italy ma anche immigrati, nella fascia d&#8217;età che va dai 6 ai 10 anni, e soprattutto dagli 11 ai 17 anni, corrono velocissimi, apprendono da soli, sperimentano, conoscono e governano Internet esattamente come gli adolescenti di tutto il mondo cablato, stesse opportunità e stessi rischi inclusi. Una rivoluzione al contrario, dal basso verso l&#8217;alto, ma così accelerata da far temere che tra breve nella stessa famiglia e tra più generazioni si parleranno linguaggi sideralmente lontani.</p>
<p>Un po&#8217; come avvenne negli anni del primo dopoguerra e dell&#8217;alfabetizzazione di massa, in cui furono i bambini che imparavano l&#8217;italiano a scuola ad insegnare a leggere e a scrivere ai nonni, i quali parlavano dialetti ormai incomprensibili ai nipoti, come ha ricordato un recente convegno a Torino dedicato ai nuovi analfabetismi e al maestro Manzi di &#8220;Non è mai troppo tardi&#8221;. E infatti la presenza di pc è sensibilmente più alta nelle famiglie dove ci sono bambini e ragazzi, il 68,1% contro il 54,9%.</p>
<p>&#8220;Ma rispetto ad allora &#8211; spiega Paolo Ferri, docente di Teorie e tecniche dei Nuovi Media all&#8217;università Bicocca di Milano e autore del saggio &#8220;Nativi digitali&#8221; &#8211; il tempo dell&#8217;apprendere per non restare tagliati fuori dalla vita di tutti i giorni, si è drasticamente accorciato. Nel giro di 5, al massimo 10 anni, non avere la connessione ad Internet, non saperlo usare, porterà ad una frattura radicale tra chi potrà avere accesso al lavoro e chi no, ai concorsi, all&#8217;università, ma anche al semplice destreggiarsi tra un bollettino da pagare e una visita medica da prenotare. E se sono diversi i tempi e i modi, oggi come ieri ci troviamo di fronte al problema di alfabetizzare una popolazione adulta, nell&#8217;assenza totale, da parte delle istituzioni, di una agenda digitale&#8221;.</p>
<p>In una fascia d&#8217;età strategica, quella tra i 45 e i 54 anni in cui si è nel pieno della vita produttiva, nel nostro paese soltanto il 53,0% degli italiani (dati Istat 2010) afferma di conoscere la Rete, e soltanto il 55,9% possiede un computer a casa. E il problema è più femminile che maschile, sono soprattutto le donne che non lavorano ad avere pochissime conoscenze tecnologiche. Nella stessa classe anagrafica negli Stati Uniti la connessione è invece dell&#8217;83%, e anche salendo con gli anni verso quella terza età dove i nipoti insegnano ai nonni i giochi e i trucchi del web, le connessioni Usa degli over 70 raggiungono il 45% contro il 12% dell&#8217;Italia.</p>
<p>&#8220;Ho imparato ad usare il computer grazie a mia nipote e ad un corso in parrocchia  -  confessa Adele, 74 anni  -  per poter leggere le mail di mio figlio che vive in Brasile e vedere sempre aggiornate le foto della sua famiglia. Poi però ho utilizzato queste nuove competenze per navigare, come dicono i ragazzi, e adesso partecipo a diversi forum e leggo le notizie&#8221;.</p>
<p>&#8220;Noi scontiamo un forte ritardo nelle infrastrutture, nella diffusione della banda larga, ma anche una resistenza culturale. Quegli stessi adulti così restii ad usare un pc vivono invece incollati al telefonino  -  aggiunge Ferri  -  basti pensare che in Italia ci sono 150 milioni di sim card attive. Certo, c&#8217;è anche chi pensa che questa dipendenza dalla Rete sia dannosa, che se ne possa fare a meno, che comprima le capacità di apprendimento dei bambini. In realtà i digital kids hanno imparato perfettamente a far convivere il mondo analogico con quello digitale, e i dati Ocse-Pisa dimostrano come i bambini con accesso alle tecnologie siano 50 punti più avanti, nel rendimento scolastico, dei coetanei che non le utilizzano&#8221;. E l&#8217;elemento da sottolineare è che il divario tecnologico riguarda le generazioni e non le &#8220;razze&#8221;, come si legge nel saggio &#8220;Profilo degli adolescenti immigrati di seconda generazione&#8221;, pubblicato dal Cnel nella primavera scorsa.</p>
<p>Tra i 15 e i 17 anni circa il 90% di questi adolescenti arrivati in Italia nella primissima infanzia, utilizza Internet con percentuali identiche a quelle dei ragazzi italiani. Ed è bella la testimonianza di Roxana, 40 anni, peruviana, badante e madre di una teenager: &#8220;Mia figlia adesso è in Italia, siamo state dieci anni lontane. È venuta per studiare: la prima cosa che ho fatto mettendo insieme due stipendi è stata quella di comprarle un computer. Così adesso mi insegnerà anche a parlare via Internet con i nostri parenti in Perù&#8221;.</p>
<p>Certo, si può diventare schiavi del mezzo, come avverte con severità Benedetto Vertecchi, e il primo linguaggio &#8220;deve essere sempre e solo quello alfabetico, simbolico, concettuale, altrimenti non si impara a pensare, altrimenti avremo una generazione che usa più le dita che la testa&#8221;. Che senso ha, si chiede Benedetto Vertecchi, &#8220;mettere le lavagne interattive nelle classi e poi smantellare i laboratori di fisica e di chimica, o regalare un computer ad un bambino di 5 anni e poi non digitalizzare le biblioteche?&#8221;. La discussione è aperta. Ed è giusto non enfatizzare i presunti saperi tecnologici, se poi, come scrive il fisico Paolo Magrassi nel divertente libro &#8220;Digitalmente confusi&#8221;, (FrancoAngeli), buona parte di quei saperi servono per &#8220;scaricare filmati da youtube, youporn o redtube&#8221;, o magari per connettersi e cercare amici su Facebook, insomma per pura evasione, andando poi a far la fila alla posta per pagare i bollettini o le tasse, ignorando quindi i vantaggi della vita online.<br />
Tutto vero, ma in realtà, aggiunge Massimo Arcangeli, direttore dell&#8217;Osservatorio della lingua italiana Zanichelli, &#8220;il problema per una volta non è dei giovani che stanno riorganizzandosi su modelli cognitivi nuovi, con una trasformazione inarrestabile, una grammatica nuova, ma degli adulti, della loro fatica ad imparare, della loro resistenza ai nuovi linguaggi&#8221;. Perché se il rischio dei digital kids è quello di strutturare menti &#8220;più sintetiche che analitiche, e di avere una memoria troppo breve e immediata, è vero anche che il loro approccio al sapere oggi viaggia su connessioni diverse, inedite, e non è più possibile parlare di queste competenze come di una cultura di serie B&#8221;. Ma al di là del giudizio sulla &#8220;conoscenza&#8221;, il tema è assai più concreto.<br />
Per coloro che oggi sono fuori dal world-wide web, per quel 47% di over cinquantenni che non frequenta né utilizza la Rete, dice Arcangeli &#8220;se non si trova un canale di alfabetizzazione di massa, attraverso la televisione, attraverso i corsi serali, proprio sul modello di quel famoso &#8220;Non è mai troppo tardi&#8221;, il rischio concreto è quello di ritrovarsi in una manciata di anni ai margini della società&#8221;.</p>
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		<title>Sui nuovi mercati chi divide perde, chi condivide vince.</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 14:49:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[condivisione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/10/076MCH035511-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="076MCH035511-238x238" title="076MCH035511-238x238" /></p>L’attuale economia sembra basarsi sempre meno sulla accumulazione di capitali e sempre più sulla acquisizione di Conoscenza, e la gestione di quest’ultima ha destato un forte interesse nelle grandi corporate che, per prime, con la pratica del knowledge management, hanno provato a migliorare lo scambio di informazioni nei propri gruppi di lavoro, migliorandone l’efficienza, attraverso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/10/076MCH035511-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="076MCH035511-238x238" title="076MCH035511-238x238" /></p><p>L’attuale economia sembra basarsi sempre meno sulla accumulazione di capitali e sempre più sulla acquisizione di Conoscenza, e la gestione di quest’ultima ha destato un forte interesse nelle grandi corporate che, per prime, con la pratica del knowledge management, hanno provato a migliorare lo scambio di informazioni nei propri gruppi di lavoro, migliorandone l’efficienza, attraverso lo sviluppo ed il perfezionamento dei mezzi destinati allo scambio delle informazioni stesse.</p>
<p>In realtà, questo approccio un po’ meccanico, ha incontrato, e incontra ancora, delle notevoli resistenze da parte di quanti, all’interno dell’impresa, sono, o si ritengono, detentori di un bagaglio individuale di conoscenze capace di porli, in qualche modo, in una posizione di forza nei confronti dei colleghi e della stessa impresa.</p>
<p>Ma per poter fruire completamente dei benefici di questo scambio di informazioni bisogna fare tutti un salto di mentalità e voler comprendere a fondo i vantaggi del concetto di Condivisione.</p>
<p><strong>Nasce il Knowledge Sharing.</strong></p>
<p>È ormai abusato, ma quanto mai efficace, l’esempio che evidenzia la differenza tra condividere un bene materiale (se divido il mio pollo con te me ne rimarrà soltanto la metà) e la condivisione della conoscenza (non mi privo del mio sapere se lo condivido con te).<br />
E la riscoperta di questo concetto è alla base della nuova richiesta di umanizzazione di un capitalismo egoistico e vocato al consumo ormai in crisi, con la ricerca di significati, di relazioni, di sentimenti condivisi e da condividere, con gruppi sempre più grandi di persone, facilitata e, in alcuni casi, prodotta dalla rete, dai social network.</p>
<p>L’impresa si troverà quindi ad operare, e competere, in una società che non richiederà più soltanto “prodotti” ma significati, emozioni, valori che saranno tanto più facilmente intercettabili quanto maggiore sarà la interrelazione tra impresa e clienti, dipendenti e fornitori generando un legame che darà risultati tanto più importanti quanto più profonda sarà la contaminazione tra individuo e gruppo, tra <strong>“ME” </strong>e<strong> “WE”</strong>.</p>
<p><strong>Cogito e la we economy.</strong></p>
<p>Abbracciare i concetti che costituiscono le fondamenta  della we economy è stato facile, potremmo dire che si è trattato di una adesione istintiva, spontanea. Se non suonasse un po&#8217; presuntuoso potremmo dire che, in Cogito, la we economy era sostanzialmente di casa prima ancora di esser stata codificata.</p>
<p>Più complesso sarà tradurre nel lavoro di tutti i giorni ed affiancare i nostri clienti in quelli che, nei fatti, saranno cambiamenti anche significativi nell’approccio al mercato e nella organizzazione aziendale; perchè la we economy <em>“sconvolge vecchie certezze, ma apre immense possibilità. Dobbiamo imparare a viverla, senza paura e senza impazienza, come una scommessa che si può vincere mobilitando capacità che già abbiamo, ma non sempre sappiamo di avere”</em><strong> (Enzo Rullani)</strong>.<br />
E siamo convinti che ne varrà la pena.</p>
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		<title>Chi dorme sul web non piglia nuovi clienti</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 09:17:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cogito ergo sum]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[piattaforma social]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/10/pescatore-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="pescatore-238x238" title="pescatore-238x238" /></p>di Francesca Romana Rinaldi, SDA assistant professor di strategia e imprenditorialita&#8217; e docente del Mafed, il master in fashion, experience and design managament. Tra i paradossi che le aziende del lusso stanno cercando di risolvere ve ne è uno particolarmente attuale: come preservare i codici aspirazionali della comunicazione attraverso i social media, strumenti democratici per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/10/pescatore-238x2381.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="pescatore-238x238" title="pescatore-238x238" /></p><p><strong><span style="font-size: large;">di Francesca Romana Rinaldi</span>, SDA assistant professor di strategia e imprenditorialita&#8217; e docente del Mafed, il master in fashion, experience and design managament.</strong></p>
<div id="art_testo">
<p>Tra i paradossi che le aziende del lusso stanno cercando di risolvere ve ne è uno particolarmente attuale: come preservare i codici aspirazionali della comunicazione attraverso i social media, strumenti democratici per definizione?</p>
<div>Vuole rispondere al quesito il “Social Media Fashion Monitor”, osservatorio sviluppato dal febbraio 2011 all’interno del Mafed, Master in fashion, experience &amp; design management della SDA Bocconi su un campione di oltre cento aziende della moda e del lusso. Fanno parte del campione quelle aziende con fatturato superiore ai 10 milioni di euro, che sono presenti a Milano con una boutique monomarca nel quadrilatero della moda o hanno un corner alla Rinascente-Duomo, differenti per posizionamento e modello di business. Questa varietà ha reso possibile confrontare il diverso modo di comunicare attraverso i social media di marchi come Hermes o Armani (luxury e fashion), Diesel e Miss Sixty (premium), Zara ed H&amp;M (mass).</div>
<div>L’osservatorio si propone poi di classificare le aziende a seconda del grado di avanzamento digitale da Web 0.0 (minimo) a Web 3.0 (massimo).</div>
<div>Tra i primi risultati, sorprende che il 40% circa delle aziende del campione sia ancora nel Web 0.0 e Web 1.0, rispettivamente senza alcuna piattaforma o con un’unica piattaforma social. La maggior parte delle aziende del lusso monitorate è nel Web 2.0-basic, con almeno una piattaforma social, linguaggio web-oriented ma basso livello di interazione con i fan. Nel Web 2.0-advanced troviamo aziende come Louis Vuitton e Tommy Hilfigher che propongono sfilate virtuali e garantiscono un livello di interazione più elevato con i fan. L’ultimo livello (Web 3.0) è caratterizzato dal massimo livello di interazione con i fan, efficacia dell’info-commerce e personalizzazione dei servizi di e-tailing attraverso i social media. È il caso di aziende come Gucci e Burberry, rappresentative di una percentuale minima del campione (5%).</div>
<div>Dallo studio emerge che attraverso gli strumenti social le aziende del lusso possono differenziarsi su tre diversi livelli: contenuti, linguaggio e servizi.</div>
<div>I contenuti devono garantire un’apertura sull’azienda, sul lavoro dei creativi, sulla creazione e/o presentazione delle collezioni, devono essere esclusivi per la piattaforma social e cercare di portare il fan/follower dal mondo virtuale al mondo fisico (il negozio). A seconda dei casi si potrà proporre una sfilata in diretta web su Facebook con contenuti speciali dedicati ai fan, come nel caso di Gucci e Louis Vuitton oppure un contest, ad esempio la caccia al tesoro geolocalizzata di Jimmy Choo a Londra, che coinvolga Facebook, YouTube, Twitter e FourSquare. I post dell’azienda non dovranno riguardare unicamente i prodotti: l’obiettivo è coinvolgere e creare una relazione stimolando la comunicazione su vari argomenti potenzialmente interessanti per il fan/follower.</div>
<div>Il linguaggio deve essere web-oriented, ovvero diretto, informale, intrigante, non autoreferenziale. Tag line e post in forma di domanda sono la regola d’oro. Per rispondere può bastare anche solo un ’mi piace’!</div>
<div>Sul piano dei servizi per l’e-tailing i social media offrono numerose possibilità: personal shopper, direct mail di update sulla disponibilità di un prodotto (magari con possibilità di ritiro offline) e uso della tecnologia sono alcuni strumenti per lavorare sulla differenziazione.</div>
<div>Nei prossimi anni, nel lusso come nel mass, le aziende dovranno lavorare sul transmedia-storytelling, ovvero la creazione di una narrazione senza fili ottenuta adattando i concept di comunicazione attraverso i diversi media, sia offline che online.</div>
<div>Nel corso del suo viaggio, il cliente dovrà sentirsi avvolto da un racconto coerente che percorra tutti i punti di contatto, dal mobile al negozio.</div>
</div>
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		<title>Brand value: quando il marchio è anche una risorsa</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 10:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[brand]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/10/lattinecrop-238x238.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="lattinecrop-238x238" title="lattinecrop-238x238" /></p>In una realtà globalizzata, come l&#8217;attuale, i consumatori hanno a disposizione una sempre più ampia gamma di prodotti le cui caratteristiche sostanziali risultano praticamente sovrapponibili. Per una azienda che voglia distinguersi dalla concorrenza l&#8217;unico elemento al quale far ricorso per una sicura caratterizzazione è la MARCA. Ovviamente la marca non intesa come mera rappresentazione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/10/lattinecrop-238x238.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="lattinecrop-238x238" title="lattinecrop-238x238" /></p><p>In una realtà globalizzata, come l&#8217;attuale, i consumatori hanno a disposizione una sempre più ampia gamma di prodotti le cui caratteristiche sostanziali risultano praticamente sovrapponibili.</p>
<p>Per una azienda che voglia distinguersi dalla concorrenza l&#8217;unico elemento al quale far ricorso per una sicura caratterizzazione è la MARCA.</p>
<p>Ovviamente la marca non intesa come mera rappresentazione di qualità ma come espressione di personalità, differenziazione dalla concorrenza, trait d&#8217;union col consumatore.</p>
<p>Abbiamo parlato altrove della necessità per una marca di crearsi una sua precisa identità<span style="font-size: medium;"><strong>;</strong></span> qui vogliamo soffermarci sui positivi risvolti economici dell&#8217;essere titolari di una marca di successo.</p>
<p>Già,<span style="color: #000000;"> perché</span> se la creazione di un brand di successo è un processo lungo ed economicamente impegnativo, esso costituisce, poi, un asset aziendale di valore strategico ed economico assolutamente rilevante e quantitativamente definibile, utilizzabile, a sua volta, per incrementare la patrimonialità aziendale.</p>
<p>L&#8217;esempio più immediato di questa utilizzazione “economica” del brand è la possibilità di realizzazione di contratti di produzione su licenza <em>(licensing)</em> o l&#8217;utilizzo del marchio stesso per l&#8217;ottenimento di risorse finanziarie aggiuntive.</p>
<p>Ma sarebbe privo di senso sciorinare ora un elenco di operazioni teoricamente possibili in quanto ogni azienda costituisce una realtà a se stante e necessita di valutazioni e interventi specifici.</p>
<p>E, soprattutto, prima, deve aver operato per conferire valore al proprio brand.</p>
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		<title>Brand Identity: non solo un disegnino.</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 12:49:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cogito ergo sum]]></category>
		<category><![CDATA[brand identity]]></category>
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		<category><![CDATA[marca]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/08/difference.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="difference" title="difference" /></p>Quando parliamo di BRAND con una azienda sappiamo che, normalmente, il pensiero del nostro interlocutore va immediatamente al logo, alla grafica. Non c&#8217;è da stupirsi: le pratiche di branding, già da tempo ampiamente metabolizzate dal mondo della moda, sono, di fatto e salvo rare eccezioni, ancora abbastanza sconosciute negli altri settori merceologici, e questo perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="238" height="238" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/08/difference.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="difference" title="difference" /></p><p>Quando parliamo di BRAND con una azienda sappiamo che, normalmente, il pensiero del nostro interlocutore va immediatamente al logo, alla grafica.</p>
<p>Non c&#8217;è da stupirsi: le pratiche di <em>branding</em>, già da tempo ampiamente metabolizzate dal mondo della moda, sono, di fatto e salvo rare eccezioni, ancora abbastanza sconosciute negli altri settori merceologici, e questo perché intervenire realmente sulla propria brand identity, per una azienda, significa intervenire sul proprio approccio produttivo e comunicazionale; qualcosa di più che ritoccare un disegno.</p>
<p>Il concetto è ben più ampio: parlare di <em>brand identity</em> significa parlare di percezione, dell&#8217;anima di una marca. Significa evidenziarne il carattere e, al limite, antropomorfizzarla. Significa conferirle unicità e, quindi, riconoscibilità. Significa creare un rapporto empatico tra azienda e cliente in cui l&#8217;azione di acquisto è la naturale prosecuzione del rapporto stesso.</p>
<p>Significa favorirne l&#8217;adozione da parte dei consumatori e quindi, in ultima analisi, favorirne il successo.</p>
<p>Questo processo, in un mondo globalizzato e fortemente competitivo, non è più considerabile un plus: o riesci a creare una forte relazione con il tuo target o sei destinato a sparire.</p>
<p>L&#8217;alternativa è il cambiamento, l&#8217;evoluzione, l&#8217;apertura ad un modo diverso di affrontare il business. Ma questo percorso non è semplice. Servono conoscenze specifiche, studio ad hoc, un approfondimento sulla comunicazione. Il nostro ruolo è affiancare e supportare l&#8217;azienda in questo percorso.</p>
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		<title>La guerra negli occhi</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 10:03:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img width="212" height="300" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/08/Manifedefbassa-212x300.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Manifedefbassa" title="Manifedefbassa" /></p>La mostra fotografica dedicata a Romano Cagnoni, che si è tenuta a Trento dal 9 aprile al 26 giugno 2011,  rappresenta il primo di tre importanti appuntamenti che vedranno protagonisti, sempre a Trento, fotoreporter di guerra di rilievo internazionale. Il novità del percorso espositivo è stata la scelta di non dare una suddivisione cronologica o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="212" height="300" src="http://cogitoadv.com/wp-content/uploads/2011/08/Manifedefbassa-212x300.jpg" class="attachment-medium wp-post-image" alt="Manifedefbassa" title="Manifedefbassa" /></p><p>La mostra fotografica dedicata a Romano Cagnoni, che si è tenuta a Trento dal 9 aprile al 26 giugno 2011,  rappresenta il primo di tre importanti appuntamenti che vedranno protagonisti, sempre a Trento, fotoreporter di guerra di rilievo internazionale.</p>
<p>Il novità del percorso espositivo è stata la scelta di non dare una suddivisione cronologica o per scenari bellici, ma fornire una sequenza di &#8220;stati d&#8217;animo&#8221;: abbiamo voluto considerare il fotografo non un mero testimone, ma un soggetto totalmente partecipe a quanto stava accadendo davanti alla sua macchina fotografica.</p>
<p>La location della mostra all&#8217;interno de Le Gallerie di Piedicastello è stata tanto stimolante quanto ci ha posto di fronte a problematiche di natura tecnica che, a giudicare dal successo di pubblico, abbiamo risolto soddisfacentemente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>per vedere il video dell&#8217;inaugurazione, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=xfPQ9mS_VVw" target="_blank">cliccare qui</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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